Metamorfosi

MetamorfosiQueste metamorfosi di Umberto Cerio si presentano con una freschezza e, direi, una quasi ingenua precisione autobiografica che attraggono e, insieme, a volte lasciano come perplesso il lettore partecipe. E’ un pò il modo di essere di ogni antologia che voglia anchre essere una storia privata e, insieme una storia più autentica: la quale è sempre il modo singola re e sofferto di essere nel tempo e di parteciparvi.

La precisione dell’itinerario che in queste liriche viene tracciato però, dicevo, anche motivo di una certa perplessità relativa all’ordinamento antologico: nel senso che la raccolta forse concede troppo alla linearità, volendosi presentare secondo una linea di sviluppo precisata e coerente, conclusiva, – come appare dall’ultima brevissima composizione, di un solo verso, la quale chiarisce, forse troppo, l’intenzionalità del raccoglitore:
La mia vita ha il battito del nostro tempo.
(Ansia)
Dove si perviene a un esito – non saprei dire quanto voluto – di tutto il processo esemplato nei tretempi (Fragilità, Il mito della certezza, Lesito). L’autenticità – più fatta da immediatezza nelle prime liriche, maggiormente interiorizzata e meditata nelle successive – sta, a mio parere, in ciò che direi attiva partecipazione (ch’è insieme presa di coscienza) alla vita profonda della realtà e dell’uomo del nostro tempo.
Se, infatti, in “fragilità” l’immediatezza sembra prevalere, anche il momento della riflessione e dell’approfondimento lirico sosttanziantisi in termini di eticità – infine in più autentica partecipazione – comincia a manifestarsi.E si fa luce in modi a volte paradigmatici e di una precisione che ha il senso dell’inevitabilità della scelta:
“oggi parlo alla mia solitudine
(. . . . . . . . . . . . . . . . . . )
per un pò di verità
perderò sogni e carezze di inganni.
(Per un pò di verità)
In questa prima parte la condizione umana, nelle sue caratteristiche esistenziali, è – oltre che vissuta ed espressa – già scoperta con sofferenza, e diventa denunzia per l’alienazione che condiziona il singolo, al di la (e al di qua) di ogni sogno metafisico, nella realtà della relazion -irrelazione con gli altri.
Il secondo tempo (Il mito della certezza) continua e approfondisce il discorso e lo rende – al di la dell’intenzione del raccoglitore (che è lo stesso Autore, ma evidentemente in una condizione critica diversa dal poeta) – più che momento di transizione verso l’esito, precisa documentazione di raggiunta maturità – ma non solo espressiva:
La terra non ha cuore,
non ha mani nè occhi,
ma palpiti sicuri
della mia esistenza,
come una piettra che si sposti
per cantare i giorni,
(. . . . . . . . . . . . . . . . . . .)
Le diomedee)
Tale continuità è confermata e conchiusa nella terza parte, che ci sembra la migliore:
Conosco la disperazione
del polipo arpionato
e l’occhio della luna
che si chiude sulla morte
e rapido ritorna sulla vita.
(. . . . . . . . . . . . . . . . . )
gli uomini mi confidano ogni cosa:
gioia, dolore, solitudine, tormento
e indifferenza camuffata da pietà
come i giorni della loro vita
su nuvole di sogno
o nella fatica maledetta a ogni ora.
O nelle guerre insulse
che ancora in me rimbombano
(. . . . . . . . . . . . . . . . .)
Bassa marea)
E’ qui evidente la raggiunta certezza etica e la partecipazione – ormai portata anche al livello del pensiero e tradotta in poesia – dell’Autore alla realtà dell’uomo contemporaneo, divenuto ormai coscienza e sostanza attiva:
Noi siamo forse tormento,
(. . . . . . . . . . . . . . . . . .)
o forse insieme, solo delirio
di antico pensiero
che vuol farsi coscienza
di uomi d’oggi, del futuro.
(Metamorfosi)
Non credo sia il caso di farsi trasportare dalla apparente incertezza del Poeta (Noi siamo, “forse”, solo tormento / … / o, “forse” solo delirio). Ciò che qui conta è, piuttosto, la raggiunta adeguazione dell’Autore al senso dell’umano nella sua drammtica e, insieme, vitale autocostruzione (di coscienza e di essenza): divien chiara la continuità dialettica, ormai affermata e rivissuta dall’interno, tra <<l’antico pensiero>> che vuol farsi coscienza attuale, e l’impegno, attuale, verso il futuro. E direi, questo l’esito reale, per cui al Poeta è possibile
sentire che anche la morte
è qualcosa di noi.
O di avere la lieta certezza
che vivere è bello
perchè la vita finisce.
E tra gli altri ci riconosciamo
sorprendendola attimo per attimo.
(Ib.)
In questa conclusione della lirica, il Poeta realmente è pervenuto a cogliere la profondità della vita al di là della discontinuità della cronaca e della tematica psicologica, in una dimensione “fur ewing”, in cui – “nel tempo umano” – si rrealizza nel concreto la totalità dell’esistenza.
In conclusione, queste “Metamorfosi” di Cerio stanno a significare, al di sopra dell’itinerario psicologico, la documentata sofferenza della ricerca, nell’esperienza di un singolo, dell’umanità di ogni uomo, come realtà e come impegno.
Anche quel tanto di lirica d’amore (“Linnesto”, “Certezza”, ad es.) si pone oltre il mero diario intimo e la semplice emozione: ma la soggettiva esperienza dell’autore si appalesa in termini espressivi e vitali che raggiungono la dimensione dell’intersoggettività. La quale è soltanto comunicazione e poesia, ma sopratutto adesione e impegno nella realtà dialettica dell’uomo e del mondo contemporanei.
E’, questa, effettivamente poesia del nostro tempo. Non disimpegnata e <<pura>>, ma portatrice di esperienze e di esigenze che implicano una visione del mondo non contemplativa, e perciò operativa e liberamente aperta a tutte le scelte che la realtà di questo tempo ci impone.
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E tenebris tantis clarum extollere lumen
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nam simul ac ratio tua coepit vociferari
naturam rerum, haud divina mente coortam,
diffugiunt animi terrores, moenia mundi
discedunt, . . . . . . . . . . . . . . .
Lucrezio)
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